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Fischietti : terra che suona

Pubblicato il 5/Ott/2021 in Ceramica

Tra le tante emozioni che può regalare un pugno di creta ve ne è una che è esaltante: modellata una piccola pallina cava, quando è ancora malleabile, insufflare il fiato attraverso una piccola apertura e sentire che quella cosa prende vita, che ti palpita sotto le dita.
Fare fischietti è entusiasmante, una sfida, sempre sospesa tra il successo e il fallimento, in cui bisogna indovinare la forma della camera, l’apertura e le dimensioni della bocca, lo spessore e l’inclinazione dell’ancia, la distanza e la posizione dei fori.
Se sei riuscita ad azzeccare il tutto ne esce una vibrazione che ti pare una magia: ogni fischietto ha la sua voce: a volte acuta o acutissima o grave o profonda.
A volte nitida e pulita e allora sei felice: un attimo di pura felicità!
Se così non è, incominci i tentativi e le manovre. Per chi, come me, non ha le dovute nozioni per capire in che direzione si debba procedere è un momento di tensione: un momento in cui le mani e il cervello lavorano all’unisono e giocano a perfezionare il decimo di millimetro che pare essere il colpevole dell’insuccesso.
L’esperienza insegna che se il fischietto non suona in questa fase, ancora crudo , non lo farà neanche dopo il gran fuoco.
Si lascia poi asciugare “la creatura” fino a durezza cuoio.
Ci si può allora sbizzarrire con la decorazione. Solitamente è la forma che ha assunto il fischietto quando si è creata la camera interna che suggerisce che cosa fare: forma affusolata: un topino, panciuta: un delfino, con una parte anteriore molto prominente: un gallo e via così.
Li dipingo solitamente subito dopo, quando sono quasi asciutti ma non troppo, con engobbi, perché un fuoco basta e non voglio che una cristallinatura fuori luogo possa rovinare la magia del suono.
Lascio da parte paragoni un po’ blasfemi ma credo che modellare con la creta e insufflarvi il respiro sia stato un piacere… che si dice verrebbe da un tempo molto lontano, o meglio l’inizio del tempo per noi umani!